venerdì 8 maggio 2015

Quello che resta




Quello che resta è un biglietto del pullman non usato, perché l'ultimo tratto l'hai percorso a piedi. 
Quello che resta è la voce un po' roca per aver gridato. 
Quello che resta è acido lattico ovunque, ma poco importa perché sei stata bene. 
Quello che resta sono le schiocche rosse, perché un pochino di sole l'hai preso. 
Quello che resta è un jeans strappato, non sai bene quando e come.
Quello che resta è una storia suonata da una tammorra e cantata insieme lungo il sentiero. 
Quello che resta è voltarsi e vedere un compagno di viaggio diverso ogni volta. 
Quello che resta è il sapore di un brindisi a contatto con la terra. 
Quello che resta è la sensazione delle gambe che tremano, dopo essere scesa per 1450 e passa scalini. 
Quello che resta è la fretta con cui ti sei tolta i vestiti per tuffarti. 
Quello che resta è l'incertezza prima di tuffarti, perché l'acqua è gelida. 
Quello che resta è il cuore che si ferma quando decidi di farlo. 
Quello che resta è la sensazione di libertà che il mare ti ha lasciato. 
Quello che resta è condividere il tempo di asciugarti con degli estranei che ti sono familiari. 
Quello che resta è l'ospitalità di una piccola città, mentre si aspettano gli altri che ci vengono a prendere. Quello che resta è la piacevole compagnia in macchina. 
Quello che resta è la consapevolezza che gli eventi migliori sono quelli programmati con cura e poi rotti da mille imprevisti. 
Quello che resta è la condivisione universale per una passione. 
Quello che resta è l'amabile fracasso di risate e voci discordanti che battono all'unisono. 
Quello che resta è la meraviglia negli occhi. 
Quello che resta è il sole nell'anima. 
Quello che resta è una carezza allo stomaco, una carezza che sa di infinito. 
Quello che resta è un sogno reale, che vorresti continuasse quando chiudi gli occhi. 
Quello che resta rimarrà. Intrappolato in un sorriso sincero e semplice. 
Quello che resta rimarrà. Incastonato nella tua memoria come una gemma preziosa. 
Per sempre.

domenica 15 marzo 2015

Gli esseri umani e la musica



Vivo di parole. Di questi meravigliosi respiri che possiamo emettere. E li peso. In un modo tutto mio. Le persone non possono comprenderlo. Ma gli esseri umani si. Già, esseri umani. Ho imparato questa nuova espressione di recente. Nuova perché con essa non mi riferisco alla specie umana.
Gli esseri umani sono al di là della nevrosi della squallida monotonia delle persone. Gli esseri umani sono oltre la ventiquattrore e il solito tran tran. Lo vivono, certo. Ma in maniera diversa dalle persone. Gli esseri umani sentono, parlano, vedono, toccano, respirano, baciano, fanno l'amore, si muovono, camminano, ridono, piangono in maniera diversa dalle persone. Una maniera che è intensa, profonda, calda, luminosa, dolce, accogliente, morbida. Una maniera che scotta. Gli esseri umani sono un incastro perfetto di suoni e luce. Gli esseri umani sono disordini complicati. Gli esseri umani sono degli splendidi rebus da risolvere e puzzle da costruire. Gli esseri umani sono musicalmente imperfetti. Gli esseri umani sono musica.
Si, gli esseri umani sono musica. Perché la musica li completa. Li salva. Li uccide. Li riporta in vita. E gli esseri umani ci fanno l'amore. Con la musica. La suonano con un'intensità tale da brucarsi l'anima. La ascoltano con gli occhi iniettati di armonioso sesso. Si lasciano violentare lo stomaco dalle note. Con i timpani in estasi. E sinapsi disconnesse dal mondo. 
Gli esseri umani sono musica. Perché vivono in un crescendo di vibrazioni e onde elettromagnetiche. Gli esseri umani respirano in un crescendo di idee. Gli esseri umani sono sangue e anima. Un'anima famelica. 
Gli esseri umani sono musica. Perché come la musica ti entrano dentro senza bussare. Semplicemente spalancano la porta. E mentre alzi il volume e canti a squarciagola, senti i loro sguardi taglienti e profondi che ti annusano procedendo dall'interno verso l'esterno. 
Gli esseri umani sono musica. Perché in loro puoi specchiarti. Nuda e semplice. Come quando ascolti una canzone che sembra scritta apposta per te.
Gli esseri umani sono musica. 
Se non lo fossero, sarebbero persone.

mercoledì 18 febbraio 2015

Tramonti fragili: dopo anni di pensieri in paranoia.


Torpore. Un freddo e devastante torpore. Un sonno dolce e infernale da cui riprendersi non era possibile. Non prima di adesso. E i miei organi ancora non hanno deciso se fosse stato meglio restare sopita. Perché sopita e ferita è meglio di sveglia e lacerata. Ma forse no. Forse è meglio così. Forse è meglio lasciarmi andare con Te. Ancora una volta. Ancora un po'. Perché questo è meglio del niente che mi ha dilaniata in questi anni. Perché questo è dolce. Straziante, si. Ma dolce. Hai riaperto la gabbia in cui mi ero chiusa e mi stai tirando fuori poco a poco. Hai cancellato gli incubi che mi hanno distrutta. Hai lentamente disintegrato gli attacchi di panico. Vorrei poter dire con certezza che non torneranno. Vorrei poter dire che resteremo così per sempre. Vorrei poter un miliardo di cose. Con Te. Vorrei. Già, vorrei. Maledetti tempi verbali! Odio imperfetti, congiuntivi e condizionali. Era meglio quando usavamo il futuro o il presente per parlare di noi. E odio anche quel noi, in parte. Non è mai stato ben definito, è vero. Ma vederlo così sfocato, sfumato e confuso adesso fa male. Avremmo dovuto dipingerlo completamente e farlo restare a colori ben accesi. Avremmo dovuto, già. Maledetti tempi verbali!
E adesso, eccoci qui, nel limbo. Che da lì ci siamo già passati poco importa. Finché reggo, ci resterò. Finché non mi si prosciuga il sangue, io ci sarò. Finché non mi si esauriscono le lacrime, io ti penserò. Finché ad alleviare il dolore ci sei Tu, io soffrirò. Non posso fare altrimenti. 
E lo so, che arriverà quel momento. Il momento di doverti dire davvero addio. Ma non adesso. Per favore. Adesso è troppo presto. Adesso accarezzami mentre dormo. Fosse anche una bugia, quella di dirmi che andrà tutto bene. Adesso guarda le nostre lacrime cadere e far fiorire Amore. Adesso resta. Ancora un po'. E poi un altro po'. E un altro po' ancora. Adesso resta. Pochi attimi importanti. Adesso resta. Perché questo è meglio del non averti più. Perché questo è straziante e dolce. Perché questo siamo noi.

venerdì 13 dicembre 2013

This is me...




La Kefiah e i miei 18 anni. La Kefiah e un mondo che, per me, iniziava a incrinarsi e sgretolarsi. La Kefiah e la profondità di uno sguardo che non sarebbe più tornato. La Kefiah e il calore di una dolcezza infinita e incondizionata che stava per spezzarsi, generando anni di lacrime e buio. La Kefiah e un'empatia forte come mai prima. La Kefiah e un'ingenuità rubata, violata e tradita.
Le paranoie che dominano un'esistenza. Gli incubi che squarciano la notte. Le paure che paralizzano l'anima. Il dolore che veglia. Il panico che taglia l'aria. Lo stomaco che implode, mentre il cervello esplode. 


"And you say this ain't living 
You say you can't go on 
You only take as you're given 
And now your hope is all but gone 

Though you lost your way (Now is not forever) 
But i know your pain 

We all fall sometimes you're not the first 
But i know it hurts, yeah i know it hurts 
In the end you'll find what you deserve 
Still i know it hurts, yeah i know it hurts 

There are tides slowly rising, 
the storm is on its way, yeah 
But you can't keep on fighting, 
so battered, worn and so afraid

Though it's sad and wrong, i hope you will remember 
You must carry on"

E poi silenzio. Buio. Calma.

mercoledì 5 giugno 2013

E se domani



Se diventassi terra, mi raccoglieresti in un contenitore di cristallo solo per potermi sfiorare di tanto in tanto?
Se diventassi pioggia, mi berresti alla fonte più pura del cielo solo per poterti dissetare ancora di me?
Se diventassi fuoco, ti getteresti tra le mie fiamme per ardere ancora insieme?
Se diventassi aria, mi lasceresti perdermi tra i tuoi capelli?
Se non potessi più parlare, ascolteresti i miei silenzi?
Se non potessi più ascoltare, mi stringeresti sempre le mani per farmi capire?
Se non dovessi più ricordare, mi racconteresti di noi ogni giorno?

E se di nuovo non fossi più in me e ti facessi ancora del male, mi prenderesti ancora il viso tra le mani per calmarmi e darmi la tua luce?

mercoledì 9 gennaio 2013

Punteggiatura


La virgola è un oceano
tra i miei si e i miei se.
Il punto è la terra ferma
delle tue braccia.
L'inchiostro dei nostri nomi
unisce le nostre labbra.

giovedì 27 dicembre 2012

L'inganno



Lampi tuonavano
armati di fulmini.
Erano tagli
nei polmoni
malati del cielo.
Ogni nuvola nera
era un respiro
in meno,
ogni goccia di pioggia
un singhiozzo in più.
La sofferenza
aleggiava,
soffocando il Sole
e stuprando la Luna.
Trombe d’aria
spazzavano via
il vento.
I titani,
riuniti dall’Ombra,
rubavano le stelle
e saccheggiavano
il tempo.
Migliaia di corvi
vegliavano
con occhi di vetro
e migliaia di avvoltoi
attendevano, vigili,
la carcassa.

Solo la Morte
sedeva in pace,
ritta,
su un trono
di ingiustizie
e malattie,
sapendo di
essere la soluzione.
Tuttavia, sorrideva:
non avrebbe lasciato
alcuna carcassa
per gli avvoltoi.

mercoledì 5 dicembre 2012

Respirare


Non ci fa bene. Dovremmo fermarci. Dovremmo smetterla di essere così.
"Così come? Così affiatati?", mi hai chiesto. 
No, dovremmo smetterla di stare insieme. Di appartenerci. Di essere così uniti. Non ci fa bene. 
Nessun rapporto di coppia fa bene. Neanche quelli che durano una vita intera, che sanno di autentico e di famiglia, che finiscono davvero solo con la morte di uno dei due. No, neanche quelli.
Da soli non si hanno gli stessi problemi che si creano in coppia. Niente gelosia. Niente litigi. Niente discussioni idiote. Niente far del male a qualcun altro con una parola, un gesto o uno sguardo sbagliati.

I might not be the right one
It might not be the right time
But there's something about us I've got to do
Some kind of secret I will share with you

Eppure non ci riesco. Non riesco a non amarti. Non riesco a non stare male quando voglio essere fredda e quei tuoi occhi verdi mi penetrano sinapsi, ossa e stomaco. Non riesco a smettere di baciarti e stringerti. Non riesco a non sentirmi calma e felice tra le tue braccia. Non riesco a biasimare quello che provo. Non riesco a non essere tua. Non riesco a pensare di non averti. 

I need you more than anything in my life
I want you more than anything in my life
I'll miss you more than anyone in my life
I love you more than anyone in my life

E allora, fanculo tutto! Tutto...tranne noi.


 

martedì 18 settembre 2012

Voglio rischiare ad aggrapparmi sugli spigoli


Uno, due, tre. Respira. Spingi. Uno, due, tre. Respira. Spingi. Uno, due, tre...
Stringo i denti, i muscoli fanno male. Ogni fibra è tesa ad ascoltare i miei comandi. Ogni cellula è diventata un pozzo di sudore. Ogni respiro è un taglio più profonfo alla gola. Cerco di non pensare, ma viene spontaneo chiedermi come ci sono finta qua giù.

Otto giorni di Rilevamento Geologico, un corso obbligatorio del mio piano di studi (Scienze Geologiche) che serve ad insegnarci come si preparano carte geologiche e relazioni a partire dall'esperienza sul campo. 
Tutti mi dicevano che Rilevamento cambia la vita, in positivo di solito. Ma non ho mai capito perchè prima di andarci. In effetti, cambiano molte cose quando condividi uno spazio non molto grande con 25 persone per 8 giorni, restando a lavorare con loro anche fino all'alba e dandovi una mano a vicenda. Metti alla prova te stesso e i tuoi nervi e, inevitabilmente, cresci. Le gite del liceo non sono nulla se paragonate a questo. E' stata un'esperienza davvero unica, in grado di cambiare i miei punti di vista e di regalarmi una serenità mai conosciuta prima. Forse anche per quello che è successo.
Siamo stati divisi in otto gruppi da tre, con noi c'erano quattro professori ma solo uno è il docente del corso. Io ero con le mie migliori amiche.
I primi quattro giorni siamo stati accompagnati da tre dei professori, sia perchè eravamo in una delle zone più distanti dall'ostello sia perchè avevamo delle difficoltà tecniche. Il quinto giorno ci hanno lasciate andare da sole, carte alla mano ovviamente. Ormai avevamo finito, ci servivano solo delle conferme.
Ci siamo incamminate in un sentiero, siamo passati accanto ad un vecchio casale e al suo recinto pieno di lana. L'odore dell'erba e dell'aria pulita ci accarezzavano i polmoni e rinfrescavano i nostri pensieri stanchi.
Abbiamo attraversato il prato di una collinetta, tra pecore che belavano senza scappare. E poi, siamo arrivate ad un vicolo cieco.
Il sentiero indicato sulla carta, per il quale avremmo dovuto proseguire, era lì davanti a noi, sbarrato dal filo spinato. Ci siamo sentite perse, dovevamo arrivare dall'altra parte per essere certe che ci fosse quello che pensavamo.
Abbiamo continuato a scendere per la collinetta e l'abbiamo visto. Un piccolo fosso con un ruscello. Adesso dovevamo solo attraversarlo.
Dopo cinque minuti di pausa e di ragionamenti vari, sono andata da sola dall'altra parte. Se fossimo andate io e S., I. sarebbe rimasta ad aspettarci...ma se ci fosse successo qualcosa, lei (per più di un motivo) avrebbe impiegato più tempo per chiamare aiuto. Ho preferito che S. rimanesse con lei. Ovviamente ho posato lo zaino.
La discesa e la risalita dal fosso, a parte qualche graffio dovuto ai rovi, sono andate bene. Dall'altra parte c'era un prato in fiore tanto grande ed esteso che mi si è fermato lo stupore negli occhi e le mie gambe hanno impiegato qualche secondo ad andare avanti.
Camminando camminando, ho intravisto quello che c'interessava. Un alberello mi nascondeva in parte l'affioramento che si ergeva, imponente, sull'altro lato della collina. Andarci era impossibile, ma vederlo era già molto.
Mi sono spostata un po' a sinistra e leggermente in avanti. Ma quel leggermente è stato troppo. In un secondo, ero sospesa a 150 m (se non di più) nel vuoto. Sotto di me solo rocce su cui sfracellarmi.

Uno, due, tre. Respira. Spingi. Non ci sono rocce a cui aggrapparmi, solo terreno umido che scivola dalle mani e dalle unghie. Qualche ape mi gira in torno, ma non ho tempo per lasciarmi prendere dalla mia fobia adesso. Un attacco di panico è l'ultima cosa che serve in queste condizioni.
Uno, due, tre. Respira. Resisti. Gridare aiuto sarebbe stato inutile, neanche le mie amiche possono sentirmi. Il sudore ha iniziato a velarmi gli occhi. I miei piedi penzolano senza appiglio. Le braccia iniziano a farmi male e le mani a cedere. Ma non posso arrendermi ora.
Uno, due, tre. Respira. Spingi. Cerco di pensare ad altro mentre tento di tirarmi su, senza perdere la concentrazione. Penso a cosa succederebbe se mollassi, alle persone che lascerei e quali mancherei davvero. I miei genitori sono il primo spasmo dei miei neuroni. La notizia li distruggerebbe e non sarebbero più in grado di andare avanti, soprattutto mia madre. Le mie amiche, che mi aspettano dall'altra parte del ruscello, resterebbero sotto shock a lungo. Mancherei a qualche altra persona dell'università, lo so.
Uno, due, tre. Respira. Resisti. Continuo a contare, ad inspirare ed espirare regolarmente. Mi rendo conto che mi sto tirando su, un po' alla volta. Ad un tratto penso a quei capelli rossi, alla morbidezza dei loro lunghi ricci. Chiudo un attimo gli occhi e sogno di nasconderci il viso per annusarli. Non importa se stiamo insieme da poco più di una settimana, ma è al mio ragazzo che penso. A quanto è bello stare tra le sue braccia, a come riesce a calmarmi, a come sappia sempre cosa dire e cosa fare per rendermi felice. Ho pensato all'odore della sua pelle, alle mie mani tra i suoi capelli, ai nostri abbracci e ai nostri baci. Ho pensato alle parole e ai respiri che ci eravamo scambiati fino ad allora. E mi è bastato per capire che voglio lui e basta, nonostante i dubbi iniziali. Ho realizzato che lui è l'ultimo treno che ho preso, che sono arrivata al capolinea.
Uno, due, tre. Respira. Spingi. E mi basta per tirarmi su del tutto. Apro gli occhi e vedo di nuovo il prato. 

Ho continuato ad avere i nervi saldi per un po'. Mi sono data una rapida ripulita, ho ripreso fiato e, tornata dall'altra parte del ruscello, ho detto alle mie amiche che dall'altra parte c'era quello che ci aspettavamo ma che non potevamo arrivarci. 
Ho mandato un messaggio a F., dicendogli che lo amo. Perchè quando si vive un'esperienza simile, dopo non bisogna sprecare neanche un attimo e avere paura di nulla.
Solo a pranzo mi sono concessa un crollo di nervi con le mie amiche e con lui, raccontando tutto. Mi ci voleva per rilassarmi.

Dicevano che rilevamento cambia la vita.
Ma non pensavo tanto. 

Ps: ogni riferimento a fatti e persone è reale e risale al primo giugno.

domenica 9 settembre 2012

Sogni di bambino


Nel silenzio della notte
guardo i sogni luccicare
su una Luna stanca
di credere ai suoi raggi
e alla magia di un cielo
in polvere di stelle cadenti.
Le radici degli alberi
si smuovono
desiderose di raggiungerla.

La rugiada delle mie ciglia
si posa sulle tue guance,
dormienti e calde.
Un altro sguardo
ai sogni persi in cielo
e mi accorgo che la realtà
è più bella e forte
attraverso i tuoi occhi.

mercoledì 9 maggio 2012

E intanto Nerone bruciava Roma


Fisso le unghie. Sono insanguinate. Le spingo dentro, di nuovo, con forza. Non urlo. Sento la carne stracciarsi sempre di più, all'altezza dell'addome. E ora? Non posso strappar via viscere e essenza. Non così. Non da sola. Non senza l'anestesia delle Tue mani a dirmi che sarai con me al risveglio. Perchè non ci sarai. E non posso neanche restare con lo stomaco tra le unghie. Decido in fretta. Estraggo le mani vuote e schizzi di sangue imbrattano le pareti di vaniglia e sogni. Mi sono sezionata l'anima al prezzo di ferite che cicatrizzeranno tra anni di pensieri in paranoia. Ma è il viso che brucia. Le lacrime chiedono scusa agli occhi, graffiano la pelle, sfiorano le labbra e muoiono sul cuscino. E basterebbe la bugia di una carezza a farmi credere che va tutto bene. Guardami adesso. Guardami, e dimmi: mi credi ancora stupenda? Allora stringimi forte fino a sporcarti la pancia col mio sangue, mentre batto pugni di rabbia e disperazione sul Tuo petto. Calma le convulsioni del mio corpo che si dimena, con baci di ambra e vita. Allontana i miei pensieri dalle valigie di ricordi che giacciono stanche ai piedi del letto. Si, ho già fatto le valigie a tua insaputa, ma continuo a restare. Baciami le lacrime, mentre mi chiami stupida.
E intanto, lontano da qui, Nerone brucia ancora Roma. Al posto mio.

Piangi Roma, muori amore,
splendi sole, da far male.
Ho già fatto le valigie,
ma rimango ad aspettare.

Mi servi tu, la malattia,
che spazza via, la razza umana.

Ridi Roma, godi amore,
nonostante il temporale,
metto i panni ad asciugare.
Piangi Roma, ti fa bene...

venerdì 27 aprile 2012

"Si lo trov'j a n'at..."



E prima o poi capita a tutti.
Non di essere traditi, ma di "schiattà n'guorp" [in italiano non rende] per gelosia.
Anche se è stupida.
Anche se, in realtà, è paura di perdere qualcuno.
Anche se, forse, sono solo dolci paranoie.
Anche se, un po', inizi a non farcela più.
Ma finchè ne vale davvero la pena, sai che va tutto bene.
In un modo o nell'altro.



mercoledì 18 aprile 2012

Sun & Baby

Le persone conosciute sin'ora sono tante. Alcune erano un tuffo a cielo aperto. Altre solo un graffio nello stomaco. Qualcuno è rimasto. Qualcuno se n'è andato. Qualcuno è reale. Qualcuno è virtuale.
No! Io non riesco e non voglio fare distinzioni tra la vita reale e quella virtuale. Oppure posso, ma solo per poche persone. Per la maggior parte no. Dall'altra parte di questo schermo ci sono respiri, corpi che vivono. Dietro questo schermo, ci sono fibre di carne intrecciate ad ossa e collegate a sinapsi. Dietro questo schermo, ci sono persone. E sono reali.
Comunque, dicevo. Ne ho conosciute un po' di persone virtualmente. Per lo più, sul caro buon vecchio splinder [pace all'anima sua!]. Qualcuno qui, di recente. Qualcuno altrove. E ora, non me ne vogliano gli altri, ma c'è una persona in particolare per cui vale la pena scrivere questo post.

Ho conosciuto Sun due anni fa. Il legame è stato istantaneo, forse perchè entrambi non avevamo un passato sereno. E' bastato il respiro di qualche parola a renderci fratelli. Ed è questa fratellanza che ci permette di fidarci completamente e condividere tutto. No, non ci siamo mai incontrati. Troppa distanza. Ma l'intenzione c'è.
Sun è diventato mio fratello maggiore, ormai. Quando piango, mi abbraccia. Quando sono annoiata, mi fa ridere. Quando sono nervosa, fa in modo che mi sfoghi. Quando sono innamorata, mi dice di andarci piano. Quando non ci sentiamo per tanto tempo, manchiamo l'uno all'altra e lui si preoccupa per me. Quando non ho voglia di fare nulla, mi invita a studiare. E quando faccio cazzate enormi, mi rimprovera sul serio. Tolte le volte in cui le cazzate si fanno insieme. Infine, quando vado a letto, mi rimbocca le coperte e mi da un bacio sulla fronte. E se non riesco a dormire oppure ho gli incubi [spesso, ultimamente], resta con me.
Sun ha una voce che mette allegria anche se ne hai appena passate di tutti i colori e sei sotto un temporale senza ombrello. Sun ha una voce che fa tenerezza, quando è appena sveglio. Sun senza barba è inguardabile [non farla mai più!], soprattutto se ha anche i capelli corti. Sun, ha la dolcezza di un bambino nella carezza di un uomo.
Se mi dovessero dire "Domani morirai, ma se vuoi lui può salvarti", accetterei ad occhi chiusi. A parte i miei genitori e Lui, è l'unico a cui in questo momento affiderei la mia vita. E se dovessero raccomandarmi "Attenta, però, domani sarà ubriaco perso", potrei solo sorridere, fare spallucce e considerare che mi fido ciecamente. Ma d'altronde lui lo sa, che mi ha salvata già un paio di volte.
La prima volta è successo poco dopo che ci siamo conosciuti. Non potrò mai dimenticarlo. Riporto testualmente.


"Ogni volta che ti senti persa, ascolta questa e mi troverai accanto a te in quel bosco."

Grazie, di esserci sempre.
Ti voglio bene, fratellone.
Un abbraccio, di quelli che fanno sorridere mentre ti stritolano le ossa.

martedì 10 aprile 2012

E' stato un incubo reale, a cambiarmi la vita

Era una domenica come tante altre. Una domenica che trascinava il peso delle ore piccole della sera prima. Una domenica tra lo stordimento e il sonno. Una domenica d'ottobre, con i raggi autonnali a scaldarmi un po' la pelle e il vento freddo ad accarezzarmi le guance. Eppure ero in piedi alle 10 esatte. Ti avevo promesso che sarei stata puntuale. Come sempre. Sono una donna d'onore, io. Le promesse sono sacre per me. Non sopporto di non mantenerle. Salvo cause di forza maggiore.
Per te, il discorso era di gran lunga diverso. Non mi sarei persa quel tuo sorriso dolce, da bambino, per nulla al mondo. E allora, eccomi lì. In cucina a fare colazione. Aspettando te. Non ero molto presentabile, a dire il vero. Ma a te non sarebbe importato. No, tu non avresti badato al fatto che ero in pigiama, avvolta nella vestaglia. Non ti saresti soffermato sulle occhiaie da sonno e sui miei capelli corti scompigliati. No, a te tutto questo non importava.
Pensavo a questo mentre facevo colazione, e a molto altro. E intanto ero lì, nella mia cucina, mentre ti guardavo e sorridevo. Stupida e incantata. Stronzo, mi tenevi inchiodata lì con quei tuoi occhi castani e quei ricci ribelli dello stesso colore del grano. Era impossibile non volerti bene. Eri un ragazzo semplice, alla mano. Consideravi chiunque parlasse con te, anche solo un minuto, tuo amico. Dolce e ingenuo, di quell'ingenuità genuina che mette tenerezza e ti scioglie il cuore.

Ero persa in questi pensieri quando è successo e ho sentito mio padre urlare. Sono rimasta paralizzata. Provavo a muovermi, a dire qualcosa. A chiamare mia madre per dirle cos'era successo. Nulla. E' stata lei a venire da me:
- Papà ha detto che c'è stato un brutto incidente...
Non aveva notato che anch'io avevo la tv accesa. Ha guardato le immagini. Non ci credeva. Come tutti noi, del resto. E' tornata alle sue attività. Io sono rimasta lì. Immobile.
Ricordo tutto di quella maledetta domenica. Di non aver finito la colazione perchè mi si era chiuso lo stomaco (non avrei quasi toccato cibo a pranzo poi, per lo stesso motivo). Di agitarmi per casa, correndo da una tv all'altra - ne abbiamo tre in tutto, una delle quali in camera mia - perchè a volte saltava il segnale. Di non aver combinato nulla in mattinata e ben poco nel pomeriggio, nonostante l'avvicinarsi di una prova intercorso.
Sono semplicemente rimasta lì, aspettando che ti riprendessi, che dicessero che stavi bene o che inquadrassero il tuo sorriso. Ma non è accaduto niente di tutto questo.
Qualcuno l'aveva capito subito. Altri quando hanno sospeso la gara. Tuo padre l'aveva capito quando, per aiutare i soccorsi, ti ha sfiorato la mano per metterti sulla barella e poi in ambulanza. "L'ho capito quando gli ho preso la mano. Era fredda. Ho capito che non c'era più niente da fare. Allora gliel'ho detto lì: Ciao, Marco."
E poi, l'annuncio ufficiale di Paolo Beltramo quasi un'ora dopo: "Purtroppo sono usciti Berganello e papà Paolo e hanno detto "E' finita". Purtroppo Marco Simoncelli è morto."
Non capivo. Non volevo capire. Sono corsa da mio padre, ero sconvolta. Non riuscivo a parlare, singhiozzavo e basta. Gli ho fatto segno di no con la testa. Non stava seguendo più la diretta. Mi ha abbracciata e si è commosso anche lui.
Quando mi sono calmata, diverse cose hanno iniziato a frullarmi in testa veloci. Ho pensato prima alla maledetta tecnologia, perchè una moto non modificata non avrebbe mai seguito quella traiettoria...ma la tua si, una moto che va in automatico con la ruota posteriore che gira sempre, si, ti ritira in pista. Se non avessi sorpassato, se mentre sorpassavi non fosse passato nessuno e  fossi scivolato semplicemente. No, doveva succedere. Poi ho pensato a Kate, dovevate andare a vivere insieme di lì a breve. Non posso ancora capire il dolore di un genitore, ma quello di una fidanzata si. L'ho abbracciata forte col pensiero. E poi è arrivata la rabbia, rabbia perchè ad ucciderti è stata la moto di Vale. Non eravate solo amici, eravate fratelli. La morte è più ironica della vita e della sorte. Vale piangeva, mentre ancora non si sapeva nulla. Si, anche altri motociclisti erano scossi e con gli occhi velati. Ma lui stava perdendo un fratello. E, alla fine, il tuo team. In lacrime e distrutti anche loro. Alcuni si sono abbracciati, qualcuno è andato da Kate. Ma una foto in particolare mi ha toccata [questa]: due persone così vicine, ma racchiuse ognuna nel proprio dolore. E vogliamo parlare di Dovizioso e Pedrosa? Ti odiavano per i tuoi sorpassi spericolati, che capitavano quasi sempre a loro. Ma sono stati tra i primi a scoppiare in lacrime, ad abbracciare papà Simoncelli...ai funerali poi, Andrea si è beccato anche un suo schiaffetto affettuoso sulla guancia, come a dire "Quanto me lo hai fatto penare...".
I funerali, già. Visti anche quelli. Ti hanno portato i tuoi tesori, hai visto? La moto con cui hai vinto la 125 e la "maledetta". Alla fine hanno messo la tua canzone preferita, quella di Vasco. E c'erano i ragazzini delle mini-moto, con le loro tute e i loro caschi, seduti attorno a te. Anche tuo padre si è seduto a gambe incrociate insieme a loro, con tua sorella tra le braccia. E tu sorridevi, nel guardarli.
E chiunque abbia scritto quello striscione, aveva ragione. Se fossi stato lì, avresti detto: "Dio bo', raga, quanti siete?".



Questa domenica non ho avuto il coraggio di guardarlo, il Moto GP. Ho acceso la tv, sperando che fosse stato un incubo e che ora, svegliandomi, ti avrei trovato ancora lì. Ma non c'eri, e ho cambiato canale. Non è la stessa cosa senza di te. Non ce la faccio ancora. Avrei voluto fare come la fine di questo video, sai? Riavvolgere tutto e riaverti. Ma tanto lo so, che ci sarai sempre.

"Meglio 5 minuti in moto che una vita sprecata."
Resti Il Campione, per me.
Ti voglio bene, Marco.
Ciao, SuperSic.

giovedì 5 aprile 2012

La chitarra invisibile

Il fragore di adesso era il suono delle scorie che viaggiavano nei tubi verso un buco nero, era la menzogna contenuta nelle capsule rosse, era la menzogna avvolta in discorsi e promesse. Si domandò dove fossero sua moglie e sua figlia, le persone che amava non erano mai con lui quando ne aveva bisogno e lui aveva sempre bisogno delle persone che amava. [...]. Lui era solo uno dei tanti da spremere, da prendere per idiota, e forse lo era davvero, sì, un idiota, un idiota stanco. [...]. La droga e il successo erano detonatori, l'amore un complice e poi c'era quell'altra cosa, il motivo per cui i delfini si schiantano sugli scogli e i corvi fanno l'amore un'unica volta nella vita.
[...]
Ricordò le parole di quel ragazzo in quell'inverno lontano: Ti brucerai il cervello se non vedi il limite e non ti fermi in tempo. Hai lo sguardo di Jimi, è la cosa peggiore che poteva capitarti. [...]
I volti di Janis, Jim e Jimi gli attraversarono il cervello, sullo sfondo continuava a udire la voce del ragazzo, capì il senso ultimo delle sue parole, le sentì nelle ossa, nella rabbia. [...]. Mise da parte l'arma e imbracciò la chitarra invisibile. Le sue dita si mossero nell'aria tranquilla della sala ma non riuscì a trarre dalla chitarra un solo accordo di silenzio, erano trascorsi molti anni dall'ultima volta e non ricordava la tecnica. Provò ancora, e poi ancora, inutilmente, era troppo tardi anche per quello, aveva valicato il limite senza vederlo e non poteva più fare marcia indietro. Per quanto aguzzasse le orecchie non sarebbe riuscito a udire la chitarra invisibile, semplicemente aveva smesso di suonare, non era un problema di udito, era qualcosa di più letale, come avere un cuore di pietra. Posò la chitarra e raccolse l'arma, era fredda e reale come lui.


Kurt non era solo musica e scandali, per me rappresentava qualcos'altro, qualcosa di personale, un'alternativa di vita che era fallita. La sua esasperante corsa verso la morte è finita come tutti si aspettavano e questo mi fa star male. So cosa provava, si, anche vivendo in questa città di merda piena di molluschi lo sapevo, l'ho sempre saputo perché anch'io soffro della stessa malattia. Non è solo disgusto per la brava gente negli uffici e negli stadi, è l'addio dell'Uomo, è l'avventura umana che come un titanic affonda nel denso oceano dell'incertezza.
[...]
Che altro possiamo fare? Forse spararci un colpo. Non è detto che non lo facciamo.

"Star lì senza emozione, seguendo la corrente con la lingua di uno sciocco esperto, mi fa sentire terribilmente in colpa perchè il peggior delitto è fingere. [...]. Sono una persona troppo nevrotica e lunatica, non ho più entusiasmi quindi ricordate che è meglio andarsene con una fiammata che spegnersi lentamente."
[Tratto da E.M. Reyes - C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo]

venerdì 30 marzo 2012

Listen to silence

Smettetela, vi prego.
Basta darmi responsabilità che le mie spalle non possono reggere.
Credete che io sia forte, comprensiva e talvolta matura?
Forse comprensiva e matura. Forse.
Ma forte no.
Non sono forte! Quindi, vi prego, smettetela di illudervi che lo sono.
Sono fragile.
Ho una costituzione di grafite e ossa di cartapesta.
Se soffiate più forte, la spina dorsale mi si spezza.
Vi scongiuro, basta! State in silenzio.
Non sono forte, non lo sono mai stata. E non posso certo diventarlo così, dal prima al poi.
Il mio sguardo guerriero non esiste più. Perchè io non lotto più.
Lo capite?
Neanche le lacrime hanno la forza per lavarmi via. Come potrei averla io? Ditemelo!

Basta, vi prego.
Fate silenzio.
E capirete.


domenica 25 marzo 2012

Sopravvivenza - corso base [The end]



"Il bello è che scrivere non serve a nulla di ciò che si vuole. Scrivere è un limite, un dolore, un difetto in più. Il bello è che dopo averlo fatto stai malissimo. Niente è cambiato, tutto rimane al suo posto (tranne i tuoi fottuti capelli), Pelè non torna in campo. Il brutto è che scrivi e Pambelè va al tappeto steso da un gringo, un gringo maledetto che è stato dentro per avere picchiato sua madre. Il brutto è che Pambelè non è la madre del gringo e - per quanto tu scriva - rimane al tappeto. [...]. Il brutto è che scrivere non ti guarisce dagli impulsi assassini, che rapinare un supermercato rimane il tuo obbiettivo impossibile. Il brutto è che desideri ancora un amore indimenticabile. Il bello è che scrivere è un altro modo di cagare e masturbarsi. Il brutto è che leggi i grandi autori ma solo Bukowski ti rimane. Il brutto è che un giorno la ragazza carina viene a sapere che scrivi e lo stesso non si lascia scopare a morte. Il brutto è che scrivere serve a tutto quello che tu non vuoi." [E. M. Reyes - C'era una volta l'amore ma ho dovuto ammazzarlo]

Il brutto è che scrivere è straziante, perchè senti pezzi di stomaco che si staccano e se ne vanno. Sputandoti in faccia, per avergli dato vita.
Il bello è che scrivere è un orgasmo di lacrime e sangue. Senza il quale non potresti neanche respirare.

lunedì 12 marzo 2012

Sei diventato complice

Poi l'incontro di due bugie.
"Mamma, io vado a Santa Severa con i miei compagni di classe" e prendere il treno per Roma.
"Mamma, io vado a Roma, che la Sapienza organizza dei corsi di preparazione per i test d'ingresso di Medicina" perchè lui vuole fare Medicina, ci ha preso gusto a curarmi...ma la preparazione ai test, dov'è che la fanno?
Abbiamo passato l'estate così, sotto lo stesso tetto, il suo.
Sapeva di buono quella quotidianità.
Fare la spesa in due, che è difficile perchè il carrello prende direzioni diverse, perchè lui vuole mangiare le porcherie e tu vuoi solo un po' di insalata. Togli, rimetti, togli, rimetti. Una guerra fare la spesa.
[...]
Poi i sospetti di mia madre.
"Alice ti stai abbronzando"
"Eh, qui il tempo non è proprio il massimo..." come se il tempo stesse alle mie dipendenze e non esistesse il meteo. Non c'è mai stata un'estate così pallida.
[G. Carcasi - Ma le stelle quante sono]

Ho lasciato scivolare due gocce su questa pagina.
Non sono riuscita a trattenerle.
Mi manca quella settimana.
Mi manca il Nostro agosto.
Mi manca casa tua.
"Un giorno ti mostrerò la mia Roma.", mi hai scritto più di un anno fa. E ad agosto io ho visto la tua Roma, ma ho vissuto la Nostra Roma.
Una Roma fatta di giri in moto e birre pomeridiane. Una Roma che guardava cartoni animati e ascoltava musica, con noi. Una Roma calda e rinfrescata da mille docce fredde. Una Roma di tacchi a spillo che non riescono a stare in equilibrio sui sanpietrini. Una Roma che per noi si svegliava di sera e andava a dormire in mattinata. Una Roma nella follia del Pub. Una Roma con un Colosseo a metà tra l'alba e la notte. Una Roma di sospiri uniti e corpi intrecciati, i nostri. Una Roma racchiusa nell'Hard Rock Cafè. Una Roma tra spese e cambio del biglietto, per restare un giorno in più. Una Roma con la tua maglietta addosso. Una Roma che custodiva le mie telefonate per non essere scoperta. Una Roma di semafori rossi all'andata e verdi al ritorno. Una Roma che sapeva di noi e odorava di te.

Una Roma che senza di te, di noi, è solo una città caotica.

venerdì 24 febbraio 2012

La volpe e la bambina


Mi hai sempre chiamata bambina. "Perchè sei piccola", dicevi tra la dolcezza e la malizia. Sorridevo. Ed ogni sorriso era un modo per lasciarti entrare. Se ero io ad avvicinarmi quanto basta per leggerti gli occhi, ti allontanavi. E' stato allora che ho iniziato a chiamarti volpe. "Perchè sei curioso e diffidente", dicevo divertita. In ogni caso scivolarci dentro è stato facile. Respiravo le tue parole e le tue attenzioni. Sfioravo la tua voce tra lenzuola immaginarie. Indossavo la tua camicia bianca e ti aspettavo. Ancora adesso eviti di svegliarmi, ti limiti a lasciarmi un bacio e a stringermi.
Ripenso spesso a quella camicia. Sento il tessuto fresco sulla pelle e il tuo odore che mi riscalda. E adesso ne ho bisogno, sai? Ho bisogno di sentirmi piccola nella tua camicia grande. Ho bisogno di stringermi nei suoi polsi e stropicciarne il collo. Ho bisogno di ambra sulla pelle e tra le vene. Ho bisogno di lasciarla aperta per poter sentire la tua pelle quando mi abbracci. Ho bisogno di inumidirla con le lacrime di giorni fragili. E restituirtela così, bagnata e ammorbidita dai miei sussulti e dalle mie insicurezze.

"Ti amo solo se.. mi ami tu
Ti amo solo se.. mi ami tu
anche se ho giurato di
non dirtelo mai più

Io credo che.. ho solo un po' bisogno di te
e il resto non è importante
credo che.. ho solo un po' bisogno di te
e il resto non è importante
credo che.. ho solo un po' bisogno di te
credo che.. ho solo un po' bisogno di te "
[Le strisce - L'amore]

sabato 18 febbraio 2012

La perfezione di Depre

Lascio qualche istante il corpo sulla sedia, davanti alla scrivania. E mi do un'occhiata da fuori.
Vago per le stanze di casa mia, respirandone la polvere. Osservo le foto in bilico sulle mensole. I sorrisi sono sinceri.
Esco. Mi guardo attraversare distrattamente la strada. Prima o poi mi investiranno, ma non m'importa. Ho gli occhi troppo vuoti e stanchi per preoccuparmi delle bestemmie che mi lanciano gli autisti. Ho le cuffie dell'mp3 troppo dentro al cervello per sentirli.
Le mani le nascondo in tasca e lo sguardo nel nulla davanti a me, evitando di fissare inutilmente l'asfalto. L'atteggiamento fiero della mia testa alta cela l'assenza che mi trascino dietro invece dell'ombra. Sento la pesantezza dei miei passi e l'affanno dei miei respiri.
Torno a casa. Mi spoglio, faccio la doccia. E sento le lacrime di sangue scorrermi sul viso e sul corpo. Resto chiusa in bagno per tutto il tempo che serve. Lì dentro posso liberarmi di tutto, perfino di me. Fuori di lì, sono ancora più vuota.
Ho paura della sera, della notte e degli incubi. Ho paura della mia solitudine. Ho paura di me. E nessuno se ne accorge.
Mio padre non mi parla da due mesi e più, perchè dovrebbe accorgersi che sto male? Mia madre mi ama, lo so, ma neanche lei se ne rende conto. I pochi amici che ho non possono vedere. Fanno parte di me da troppo poco, per conoscere le mie ombre. Al tipo che frequento maschero tutto, lasciandolo perso nell'illusione che sto bene [e che sono sua, ma questo non c'entra]. Solo Lui si è accorto che qualcosa non va e mi strappa un sorriso anche per questo. Ma ci sono cose che neanche a Lui sono pronta a dire. Lo farò, ma non adesso.
E allora ritorno a me, ad osservarmi alla scrivania. Afferro un piccolo barattolo invisibile. Contiene delle pillole dalla forma ellittica. Ne butto giù due. E tra qualche ora ne prenderò altre due. Poi tra qualche mese non basteranno, allora inizierò a prenderne otto al giorno. E così via. Fino a buttar giù l'intera confezione.
Immagino la scena. L'ambulanza, le lacrime dei miei, la corsa in ospedale. Ma è tardi, a metà strada tornano indietro. Causa del decesso: overdose di psicofarmaci. No, dovreste dire: "Causa del decesso: la sua solitudine".
Mi metto una mano sulla spalla, per farmi coraggio. Torno nel mio corpo.
Piango e mi libero di tutto. Piango ed ho paura. Piango e non sono io. Piango e sono già io.
Piango.

Lascio qualche istante il mio corpo sulla sedia, davanti alla scrivania. E un cartello con scritto "Torno presto". Ma non credetemi.